A TUTTO C’E’ RIMEDIO
Numero Libretto: 4036
Formato: cartaceo
Numero Atti: 3
Anno: 2013
Autore: VALORI MASSIMO
Lingua: ITALIANO
Dialetto: EM
Quadri: 1
Traduzione:
Genere: BRILLANTE
Note:
Introduzione: <p>Per scrivere “A tutto c’è rimedio” ho messo insieme due vicende distinte. La prima proviene da esperienze che mi sono state raccontate: perdonatemi se non scendo nei particolari, ma come capirete l’argomento è un po’ delicato. La seconda invece discende nientepopodimenoché da Giacomo Puccini, dal “Gianni Schicchi” che infatti viene ricordato anche dai personaggi.<br />
E poi, ovviamente, ci ho messo un po’ del mio.<br />
“A tutto c’è rimedio” è probabilmente una delle commedie più crude che ho scritto. Certi personaggi raggiungono dei livelli di bassezza morale difficilmente superabili, e per molti di loro – a differenza di quanto spesso succede nelle commedie di questo tipo – non c’è nemmeno redenzione, perché alla fine restano a dibattersi nella loro ignobile grettezza.<br />
Maurizio, Federico e Anselmo, ognuno a suo modo, si rivelano personaggi insensibili e attenti solo al tornaconto personale. Maurizio in particolare, che concerta tutta la macchinazione per cercare di mettere le mani sul patrimonio della suocera, è il più subdolo di tutti: si rivela marito per convenienza, sfruttatore del nome famoso del suocero per bilanciare la sua incapacità nel mestiere e – probabilmente – anche la poca voglia di lavorare. Federico potrebbe essere peggiore di suo cognato, se non lo limitasse la poca intelligenza e quella sua bislacca passione nella quale, come lui, non riesce. E Anselmo, il cinico Anselmo, abituato a dirigere, comandare, che si ritrova defraudato di ciò che già riteneva essere suo pur senza averne diritto, si rivela alla fine il più assennato dei tre: è quello che manifesta più dubbi sulla riuscita del piano architettato da Maurizio, ed è quello che ne sancisce il definitivo “game over”, confessando alla dottoressa Tarantino quali erano le reali intenzioni della famiglia, senza sottrarsi alle conseguenze e anzi specificando chiaramente se stesso come corresponsabile.<br />
Della famiglia solo Clarissa resta fuori da quei giochi, ed è in verità uno dei personaggi che suscitano più pena: gironzola scodinzolando intorno agli altri tre, eseguendo ordini e comandi proprio come un cane fedele. Non è malvagia come loro: alcuni suoi commenti spontanei la rivelano essere molto più umana di marito, padre e fratello. Anche lei però non è abbastanza intelligente da capire cosa sta facendo, cosa le fanno fare, e cosa sarebbe giusto.<br />
Stabiliti dunque i primi tre posti in questa classifica di meschinità umana, il quarto spetta senza dubbio a Sofia, la cinica opportunista che si ritrova una gallina dalle uova d’oro tra le mani e cerca di rinchiuderla nel proprio pollaio, salvo poi vedersela portare via proprio dal marito. La duplice sconfitta di cui è vittima non la rende migliore di quel che è, ma la compassione che suscita nel suo status di becca e bastonata stempera e addolcisce quei toni meschini che si costruisce durante le vicende precedenti.<br />
Al quinto posto un ex aequo: le vicine di casa. Sono personaggi di facciata, si atteggiano mostrandosi nel modo che più conviene: non sanno dove Anselmo voglia andare a parare e a loro importa anche poco, quel che conta è la ricompensa che questi ha promesso e la considerazione in cui le terrà lui, Giannettini, il regista famoso. Però per loro tre la redenzione c’è: alla fine restano colpite dalle lacrime di Brando come fulmini a ciel sereno, sorprendenti e inaspettate in quella casa asettica e chiusa a ogni tipo di sentimento. E la loro promessa di essere a disposizione “n’icché si pole, con tutt’i cuore” è un ritorno all’umanità, un pentimento.<br />
Direte voi: ma questa non è una commedia comica? E certo, lo è. Mi sono divertito – sic – a sottolineare i comportamenti più grotteschi, a descrivere le cose in maniera tale che si potesse ridere anche delle cose più tetre. Per certi versi potrebbe essere mancanza di rispetto, lo so bene; e ho cercato di riparare col finale commovente. Una commedia del genere non poteva finire a ridere, via.<br />
Il personaggio più spassoso è Glauco, senza dubbio. Simboleggia la morte vista come marketing, da persone che ci hanno a che fare tutti i giorni, che vedono gli eventi luttuosi come un antennista può vedere l’installazione di una parabola di Sky. Gente che a volte si fa un po’ prendere, che si dimentica la situazione in cui sono i clienti con cui viene in contatto. E che, nel caso di Glauco, esaspera ed esagera lo stesso suo mestiere: la tomba con l’antifurto, la foto che si muove, il calcio balilla, la macchina del caffè…<br />
Massimo Valori – A tutto c’è rimedio<br />
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Altri personaggi comici sono Igor e Ofelia. Lui impersona un po’ la coscienza dello spettatore, l’ago della bilancia, individua volta per volta – quasi sempre ironicamente – da che parte si dovrebbe stare, i comportamenti da stigmatizzare, le azioni da evitare, ogni volta esclamando “qui son ciucchi, son tutti ciucchi”. Ma non va oltre, non interviene mai nelle vicende, non modifica il corso di nessun evento. Sparisce via via, perché uno con la testa sulle spalle come lui in casa Giannettini nient’altro può fare se non stare a guardare quel che succede; e solo alla fine, quando nessuno se lo aspetta (nemmeno il pubblico), prorompe in un commento che è al tempo stesso sentenza e condanna, facendo notare come le lacrime di Brando siano le prime che vede versare per la morte di Livia.<br />
Ofelia è personaggio molto più fine di quel che può apparire a prima vista. Si trova in una posizione complicatissima: da una parte condivide il punto di vista del marito, ma cerca di contenerne le tracimazioni nevrotiche e gli eccessi; dall’altra condanna e deplora gli atteggiamenti della famiglia, e tuttavia, nel nome della conservazione dei buoni rapporti, collabora nell’ergersi a baluardo della difesa della sua intimità, finanche a fare da “palo” quando la messinscena di Sofia è iniziata. Ma è proprio questa sua posizione tra incudine e martello che suscita ilarità, con l’abilità che lei dimostra nel barcamenarsi fra le varie situazioni, e la fatica che ciò le costa, tanto che a un certo punto medita di farsi fare “un preventivo dal marmista”. Ma quando Paolo e Daniela escono di scena, finalmente libera da tutti gli obblighi, dichiara ciò che pensa del clan Giannettini, tramite l’adagio tanto caro al marito.<br />
E altre risate le regalano la disarmante ingenuità di Niccolò, e la ridicola situazione nella quale si ritrovano i Ballerini, gli allievi di Federico, dai quali alla fine riceve quel che gli spetta.<br />
Resta a margine la dottoressa Ermini, praticamente l’unico personaggio “neutro” di tutta la commedia, che d’altra parte non poteva mancare in una vicenda in cui si ha a che fare con una persona in fin di vita.<br />
In tutto questo, dentro e fuori questo turbine di personaggi, azioni, reazioni, opinioni, comicità e bassezze morali, due storie d’amore. Una, quella di Paolo e Daniela, alla fine trova il suo felice compimento, che del resto si intuisce già dalle prime scene che li vedono insieme. Anche Paolo e Daniela seguono, ognuno per proprio conto, due percorsi di redenzione: lui comprende di averla un po’ sacrificata al suo lavoro, lei realizza di aver fatto una scelta sbagliata, come confessa alla fine proprio a lui dicendo “qui non c’è niente di quel che voglio per me”.<br />
L’altra storia d’amore, quella di Brando e Livia, è senza dubbio quella più significativa, anche se il pubblico la scopre solo alla fine, quando purtroppo è già terminata, nel peggior modo possibile.<br />
Brando è la sola luce nella cupa vita di Livia Zannelli, una vita fallimentare, sbagliata, come lei stessa sapeva bene, lo si legge dai suoi scritti. Livia aveva trovato in Brando l’amore, il rifugio dove essere se stessa, il sostegno per poter sopportare l’esistenza nella quale se stessa non poteva essere. Nelle lacrime addolorate di lui si vedono quelle di lei, quelle che le avranno rigato il viso nel dover sopportare l’ultima sofferenza senza il suo uomo accanto. Si potrebbe dire che Livia muore tre volte: muore fisicamente, in un lento spegnersi che si intuisce doloroso ma affrontato con coraggio; muore negli affetti, in tutta quella cupidigia che intorbida la sua famiglia; e muore nell’amore, muore da sola, lontana dal suo Brando.<br />
Non è vero che a tutto c’è rimedio, non fatevi ingannare. Ci sono cose per le quali non si torna indietro. A volte sono cose serie, a volte sono cavolate, a volte sono vie di mezzo: ma ci sono imprese, azioni, comportamenti che una volta messi in pratica non si eliminano, non si cancellano, non si può premere il tasto annulla.<br />
Viviamo tempi e situazioni ebbre di frenesia, di velocità, non ci si può fermare per riflettere, pensare, meditare. Abbiamo tutto sotto controllo, disponiamo di strumenti che possono darci tutte le risposte che vogliamo all’istante: noi dobbiamo essere svelti allo stesso modo, decisi, determinati, non c’è tempo da perdere. E gli ambiti e i contesti che vengono influenzati dalle decisioni che prendiamo o siamo costretti a prendere sono governati da leggi e usi che misurano tutto col potere, la fama, il denaro; i nostri obiettivi si tingono di avidità, cupidigia, vanagloria.<br />
Per tutte queste ragioni non è infrequente che ci capiti di prendere decisioni avventate, di imboccare la strada sbagliata.<br />
E poi ci voltiamo indietro e vorremmo riavvolgere il nastro per far succedere tutto un’altra volta. A volte si può fare senza problemi, a volte resta il classico “buco nella staccionata” cui si cerca di porre rimedio meglio che si può.<br />
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A volte non si può. Non si può, non c’è rimedio, non si torna indietro. Se la commedia ha un senso è questo: riflettere, pensare a quel che si fa, prima di farlo. Fermarsi un attimo, prendere fiato, contare fino a dieci. Sentire – anzi, ascoltare – quel che ci dicono: le parole di un amico, i consigli di un padre, gli ammonimenti di chi ci vuole bene. Guardare fuori, guardarsi dentro, fino al cuore.<br />
Ecco, nel cuore sta la chiave di tutto. I torti fatti al cuore sono sempre i peggiori di tutti, quelli per i quali il più delle volte non c’è rimedio. Non sempre si ha un Paolo che torna a prenderti con una rosa in mano; spesso l’epilogo, anche se non così tragicamente drastico, assomiglia più al Brando che si avvia verso la sua Livia, un attimo prima che il sipario si chiuda. Troppo tardi, quando ormai non c’è più rimedio.<br />
Massimo Valori </p>
Personaggi Uomini: 10
Personaggi Donne: 5
Bambini: 0
Comparse: 5
Totale personaggi: 20
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