PROCESSO AGLI INNOCENTI

Numero Libretto: 0022

Formato: cartaceo
Numero Atti: 3
Anno:
Autore: TERRON CARLO
Lingua: ITALIANO
Dialetto: ITALIANO
Quadri: 1
Traduzione:
Genere: DRAMMATICO
Note:
Introduzione: <p> Due amici affezionatissimi s’erano perduti di vista dopo la guerra, e si ritrovano per caso in Svizzera davanti alla villa dove uno di essi abita; quest’uno, Enrico, è figlio d’una ebrea, che aveva lasciato la casa maritale per darsi ad amanti ricchi ed è morta in una camera a gas, e di un padre vittima di un bombardamento. L altro, Livio, figlio di un ricco negoziante in pietre preziose e di Marta, una signora intelligente e sposata, che, rimasta vedova, aveva preso il posto del suo uomo e allargato il giro degli affari, e grandemente aumentato la già cospicua ricchezza. Nella villa, davanti alla quale, sorpresi e contenti i due amici si ritrovano, abita Enrico; ospite d’una signora. Livio passava in automobile; Enrico l’ha riconosciuto ed ecco che i due giovani si interrogano e si raccontano. La vita di Livio si è svolta e si svolge tranquilla; è laureato e aspira a una libera docenza, ma Enrico non ha avuto e non ha mete sì rispettabili. SI confessa con cinismo. E’ un bei giovane, ha cercato lavoro senza insistere troppo, e ha trovato invece delle signore ricche pronte a compensare le sue prestazioni. Si tratta, diciamo così, di scritture che durano pochi mesi e le signore acquirenti sono per lo più sfiorite, dame mature. La romita villa ove ora Enrico abita, appartiene appunto a una bella anziana. Livio, anima candida, si rattrista molto alla confessione di sfrontata immoralità che gli fa l’amico. Ed ecco improvvisamente appare la matura compratrice di abbracci giovanili. Livio inorridisce quella signora è sua madre; sua madre che, secondo il racconto di Enrico. non era alla prima compera di quel genere. Ogni anno, quella signora Marta fingeva dì fare un viaggio d’affari per vendere e acquistare diamanti, rubini, smeraldi e perle, e invece si procurava un robusto giovane tra i venti e i trent’anni e se lo pagava o in denaro o con ricchi doni. Lo strazio di Livio è facilmente immaginabile. Enrico, non molto turbato, si limita ad allontanarsi. E l’atto finisce con questo colpo di scena. Il secondo atto mette di fronte la madre che si paga i giovanotti e il figlio idealista; e al figlio si aggiunge una figlia, Irene, che la signora Marta ha voluto tosse chiamata d’urgenza da Firenze ove vive. Apprendiamo che la peccatrice ha ordinato a un vecchio ambiguo servitore che custodisce la villa ed è il testimone delle differenti convivenze periodiche della signora, di raccontare tutta la verità a Livio; e ci si dice che Livio ha passato l’intera notte a interrogare il cameriere sui peccati della madre. Complesso di Edipo? Non pare: ma non si può neppure escludere. Forse necessità della commedia che aveva bisogno per il dibattito, al quale assisteremo subito, tra la madre e il figlio e la figlia, di arricchire di miserande onte quella donna, perché la discussione non avesse debolezze e sfumature sentimentali, ma si presentasse aspra, precisa, inconciliabile; perché, insomma, le ragioni di accusa e di difesa delle quali si servono quegli infelici avversari fossero tristemente inconciliabili. Ascoltata la discussione tra la madre ed i figli, dobbiamo ricordare che Carlo Terron è un medico, uno studioso di psicologie anche disperate; e, nella discussione, non vuole giovarsi di difese e accuse roride di lagrime; anzi tende a trarre dal dolore e dall’ira di quei tre qualche constatazione o per lo meno qualche discriminante. Marta dice che non bisogna confondere i diritti del sesso con quelli del sentimento che non sono più fusi e verecondi come in altri tempi. «Figli — esclama la povera donna — giudicatemi come madre; il resto non vi appartiene ». E ricorda quello appunto che ha fatto per essi, come madre. Rimasta vedova, giovane ancora e tormentata da desideri ansiosi e brucianti, ella li ha domati; ha pensato solo a lavorare per i figli, decisa ad arricchirli sempre di più, rinunciando alle gioie che la sua giovine e palpitante bellezza reclamava. Un giorno si è accorta che troppo tempo era passato invano, che il suo tramonto ardeva di rosse fiamme. Prima che calassero le tenebre ha voluto procurarsi col denaro quello che non aveva potuto concedersi a suo tempo. A questa difesa Livio oppone un aspetto cui Marta non aveva pensato: l’amicizia confidenziale che, fin da ragazzo, l’ha legato a Enrico; del quale egli sa anche le segrete inverecondie; e perciò lo immagina tra le braccia di Marta, come se lo vedesse. Orribile! Il dibattito tra la madre e i figli è appena finito, e Irene, sostando a discorrere con Enrico, l’incita con una malizia spregiosa e desiosa; e in quella notte stessa va via con lui e gli si da. Questa pare un’aggiunta alla commedia. Irene è contro la madre non tanto per i piaceri costosi che si procura, quanto perché rappresenta un principio d’autorità domestica e commerciale che ella vuole abolire. Tra le rovine del dopoguerra mettiamo anche queste forme di ribellione alla più antica autorità. Così la figlia desautura la madre e prende il suo posto nel gran commercio delle perle e dei diamanti; Enrico, troverà altre compratrici, e Livio si allontanerà per sempre dalla madre, che resta sola, vecchia disarmata e infelice.</p>
Personaggi Uomini: 3
Personaggi Donne: 2
Bambini: 0
Comparse: 0
Totale personaggi: 5

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